giovedì 10 maggio 2007

LUNA


La carezza di un lenzuolo vergine sulla pelle,

appena asciugata dopo una doccia calda,
è una delle cose che mi mancheranno, quando sarò morto.
È quel genere di sensazione che ti solletica il cuore,
facendoti ridere da solo, nel mezzo della notte.
Come un poeta autistico o, se preferite, un perfetto idiota.
Sono sdraiato sulla mia guancia,
impegnato a fucilare gli ultimi pensieri riottosi.
Cerco di perdere i sensi, andare altrove,
a godermi qualche ora di serena, inconsapevole latitanza dal mondo.
Dormire, perdìo. Almeno qualche ora.

Un miagolio strozzato precede Luna, ovunque vada.
Anche questa volta so cosa sta per fare.
Le bastano un paio di salti, per raggiungere la mia schiena.
Ci sale e inizia a passeggiare, con finta indifferenza,
lungo la mia colonna vertebrale,
fino ad arrivare abbastanza vicino al mio naso,
per poterci miagolare dentro qualcosa al gusto coniglio.
Annuso, mi faccio annusare.
Rimaniamo per qualche secondo a guardarci di taglio,
il mio occhio nel suo, vicinissimi, nel buio.
Poi si volta, torna sui suoi passi e si acciambella
lungo la curva della mia spina dorsale,
come fosse la cosa più naturale del mondo.
La mia risata non basta a farla fuggire,
non sembra avere nemmeno lontanamente considerato
l’eventualità di arrecare disturbo.
Cerca affetto, o almeno qualcosa di simile al contatto fisico, disperatamente.
Chissene. Io con un gatto sdraiato sulla schiena non riesco a dormire.
Mi giro, la caccio via, nemmeno troppo garbatamente.

Che vada a fanculo.
È un essere stupido, nella sua grazia.
Non è in grado di cogliere il sublime,
né l’eco dell’uno, nascosto dietro al molteplice.
Nemmeno può dirsi cosciente di essere.

Non ha un’anima.
Come la stragrande maggioranza di voi.

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