giovedì 10 maggio 2007

CLUB SILENCIO


Beh ma il nichilismo è il primo passo.

Sedersi, valutare, prendere atto di come tutto quello che è
sia destinato a distruggersi, è solo l’inizio,

un momento necessario, non (più) intuizione, ma (ormai) constatazione.
Dovrebbe essere scontato, ovvio, banale.
Per questo è quasi sempre inutile parlarsi,
insudiciarsi vivendosi addosso,
ostinarsi a condividere il proprio pensiero.

Perché ancora e ancora il dialogo diventa confronto di posizioni,
ancora trincea, ancora strumento.

Che cessi una volta per tutte questa barbarie!
Si smetta di credere di essere migliori, di essere, di credere.
Si parli, perdìo, di quel di cui vale la pena parlare:
tutto quello che non è io, tu, noi.

Oltre.
Oltre al personale, oltre all’ovvio,
oltre al quotidiano, oltre al proprio.

Si vada oltre, si vada al di là.
Al di là perfino della comunicazione.
Si prenda finalmente atto che la comunicazione non indispensabile
è superflua, ridondante, pericolosa.

I significanti che spacciamo, senza soluzione di continuità,
significano al di là dell’immaginabile, del desiderato e del desiderabile.

Ogni volta che apriamo la bocca
non facciamo altro che aggiungere rumore di fondo.

Come non fosse sufficiente il brusìo del vivere.
C’è troppo, troppo inutile chiasso.
Troppe parole, troppe voci,
troppe trappole per la nostra attenzione, troppe distrazioni.

Anche si avesse qualcosa da dire, non varrebbe la pena farlo.
Non nel frastuono.

Rifiutarsi di urlare più forte.
Oltre il pensiero debole, zoppicante, morente,
il pensiero etereo, il pensiero invisibile.

Non manifesto, non manifestato.
Pensiero che non si fa parola,
che quasi rifiuta di diventare idea.


Proviamoci, proviamo a vivere in silenzio,
abbassando un poco il tono della voce.

Come fossimo ospiti in questa realtà,
non padroni di casa.


Non sia mai si guarisca
da questo persistente mal-di-testa collettivo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

mi piace.

mi ricorda alcune cose scritte in passato.