giovedì 31 maggio 2007

LEAVES



L’odore di basilico mi piace, più di ogni altra cosa.
Che forse, a ben pensarci, dovrei dire
che più di ogni altra cosa mi piace il profumo di donna.
Il fatto è che del profumo di una donna
non puoi che riempirti i polmoni, per ubriacarti in un respiro;
una donna si assaggia a piccoli morsi,
senza mai poter affondare i canini.

Questa foglia verde e viva che mi strofino sulle labbra,
invece, non si lamenterà se la stritolerò tra i denti.
Per questo rido, nascosto nel buio del lenzuolo,
di questa realtà sublime, che puoi mangiare un pezzo alla volta.

Quale paradiso? Il paradiso è questo,
la dannazione è non accorgersene.

Lo sa perfino Luna, che ascolta la pioggia
e annusa insieme a me,
che questo è il migliore dei mondi possibili.


Buongiorno. Buonanotte.

mercoledì 23 maggio 2007

lunedì 21 maggio 2007

DUE PAROLE


Il manuale di progettazione organizzativa dice che il lavoro di squadra funziona solo se inserito in un sistema che associa carriera e retribuzioni al raggiungimento di obiettivi, solitamente pianificati in anticipo (al livello superiore, strategico).
Dice che fare gruppo, in un sistema sano, significa creare sinergie positive, tali da garantire un risultato finale migliore di quello che sarebbe stato in assenza di organizzazione orizzontale.


In Italia non c'è traccia di un sistema ragionevole e coerente di incentivi, spesso manca un quadro chiaro di quali siano gli obiettivi di medio-lungo termine (cioè di quegli obiettivi che riguardano la riorganizzazione, l'evoluzione e lo sviluppo dell'organizzazione). Paradossalmente, è più facile vengano premiate iniziative meritevoli individuali, piuttosto che buone performances d'equipe.

Il nostro errore credo sia ostinarci a considerare il team un organo continuo, deputato alla gestione ordinaria del carico di lavoro standard, organizzato al fine di migliorare la produttività dei singoli.

Il gruppo è invece, per definizione, organo discontinuo, creato ad hoc per raggiungere un obiettivo (o garantire il controllo di una serie di operazioni sensibili, extra-ordiarie) attraverso il coordinamento di più professionalità, temporaneamente sottratte alle proprie mansioni abituali.

Il "progetto" è, in primo luogo, un investimento, una scommessa che obbliga a distrarre una parte delle energie aziendali dall'impegno di gestione (o ad aggiungerne di nuove) per dedicare il loro lavoro alla ricerca di una innovazione.
Il sistema efficace ed efficiente, infine si preoccupa di rendere il tutto conveniente dal punto di vista economico, premiando con il successo sul mercato i progetti e le scommesse migliori.

mercato
sistema efficace
sistema efficiente
innovazione
investimenti
coordinamento delle professionalità
produttività
sviluppo
evoluzione
riorganizzazione
incentivi
obiettivi
lavoro di squadra


Sono tutti concetti che non ci appartengono,
se non in misura del tutto marginale, trascurabile.




sabato 19 maggio 2007

SACREBLEU!




Niente, stavo navigando; la televisione era accesa.

Una voce piana ed educata spiegava
il sistema di voto alle prossime elezioni.

Mi sono destato dalla catarsi, irritato,
solo quando la voce gentile mi ha invitato,
proprio
alla fine della la(sa)gna informativo-partecipativa,
a partecipare al dibattito democratico -in quanto cittadino-.

Ecco, mi ha sorpreso il fatto di non aver prestato
la minima attenzione a quello che era stato detto,
nei minuti precedenti.

Sbarramenti, sistema di conteggio delle preferenze personali,
orari e modalità di voto: tutto ignorato, su una sola ruota,
il dito alzato, a salutare l’autovelox.


E allora ho capito, cosa vuol dire essere uomo medio:
essere costretti a vendere il proprio tempo;
non essere in grado di fermarsi, render(si) conto
della direzione nella quale ci si muove,
del fine dei mezzi.


Facciamo che io ora evito di spiegarvi
perché tutto questo dovrebbe destare terrore,
come il mio disinteresse, pur sintomatico, sia diverso
dall’apatia a schermo piatto di un subumano qualsiasi,
e voi, illuminati da una folgorante intuizione,
vi decidete a brandire forconi e fucili,
e scendere in piazza, a fare la rivoluzione?


DAI !

DOG(O)




Oggi pensavo al dogo argentino.
Oggi pensavo a quanto vorrei un dogo argentino.

Non voglio ‘un cane’.
I cani sono sporchi, abbaiano, cagano ovunque.
Io voglio un dogo argentino, perfettamente addestrato.

Anni fa abitavo vicino ad tizio che ospitava,
nella sua grande casa, tre grossi bestioni,
due pastori ed un molossoide.

Per passione, il gentile signore era diventato un addestratore.
Quando, incuriosito, gli chiedevo di raccontarmi
come avesse fatto a trasformare in quel modo i suoi animali,
lui mi spiegava come fosse semplice,
avendo a disposizione un poco di tempo (e molta pazienza)
far fare a quei cani le cose più assurde.

Dopo alcuni mesi di allenamento quotidiano,
ogni cane poteva rispondere, con precisione,
ad almeno una ventina di ordini diversi,
ed era in grado di comportarsi più educatamente
di un qualsiasi teen ager.

Poteva impartire loro il comando di difesa,
di qualsiasi posizione, cosa o persona, ad oltranza;
quando anche fosse stato lui, ad avvicinarsi all’oggetto,
senza prima aver sospeso il comando,
la bestia avrebbe ringhiato,
preparandosi ad attaccare il suo stesso padrone.

Non usava guinzagli o museruole;
i cani non si allontanavano mai più di due metri da lui,
nemmeno sembrava sapessero abbaiare.

Se, nel breve tragitto verso il campo-cloaca vicino a casa,
altri animali incrociavano il loro cammino,
le bestie entravano – certo - in agitazione,
ma solo per acuire l’attenzione,
nell’aspettare il consenso del loro padrone,
libero di decidere se, e quando,
sarebbero corsi ad annusare il culo del simile di turno.

Dovendoli pisciare, si limitava a portarli lungo un lato del campo.
I cani sedevano, attendendo il via libera,
un fischio, diverso per ognuno di loro.

Poi, uno alla volta, si lanciavano nell’erba alta,
a cagare dove opportuno, per poi tornare indietro,
scodinzolando felici.

Meraviglioso.

Pensare che un cane ben addestrato
sia un cane represso è una grande stronzata.

Vien da ridere, a sentir parlare di vecchie
sbranate da mastini assassini,
di bambini dilaniati da lupi feroci, assetati di sangue.

Giusto venga fatta a pezzi la nonnina leghista,
che fa passar dalla porta Attila, prima di lei;
giusto finisca in galera chi pensa che un cane sia un antifurto,
chi lo isola dietro un’aiuola che, prima o poi, verrà scavalcata,
per raggiungere un piccione, o il “piccolo Niccolò”,
il bimbo biondo e stronzo dei vicini.


Voglio un dogo, dicevo.
Un dogo, educato ai limiti dell’alfabetizzazione, possibilmente.

La perfezione, a quattro zampe.


sabato 12 maggio 2007

THE TULSE LUPER SUITCASES




L'avvenire del cinema, come quello della pittura,
dipende dall'interesse che darà agli oggetti
o alle invenzioni puramente immaginative.
L'errore della pittura è il modello.
L'errore del cinema è il soggetto:
liberato da questo peso negativo
il cinema può diventare il gigante.

(Peter Greenaway)


Non c'è linguaggio senza inganno.
La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.

(Italo Calvino)


Arte come lallazione autistico-dissociativa, evidenza analogica.






giovedì 10 maggio 2007

LA QUADRATURA DEL CERCHIO


Sottile, fastidioso, incessante senso di inadeguatezza.

Incomunicabilità.
Un muro trasparente mi separa dal mondo.
Chi l’ha alzato? Io? Quando?
Nausea.
Dove sono finito?
In un film italiano dei tardi anni ‘80?

Tutto stride, tutto è fuori posto,
quel tanto che basta per infastidirmi.


Sul pacco blu da un chilo, il signor barilla ha scritto 11 minuti.
Per la massa.

Ma la pasta si scola al 10°
e il signor barilla può andare a fare in culo.

Mi sembra evidente che una Weltanschauung del genere
non può portare lontano.

E allora finisce che rimani solo,
a masticare la tua frustrazione al dente.

E cresce ancora un poco il male che ti porti dentro.

E finisce che diventi quello strano,
quello che “io non lo capisco”,
quello che fa un poco ridere,
un nano da giardino con manie di grandezza.

Finisci col diventare anche tu una comparsa funzionale,
parte del folklore locale.


E, magari, ti capita pure di incrociare certi mostri.
“Non sai come ti capisco”
No, honey, non capisci proprio un cazzo.
No, non è che mi manchino le parole.
È che i miei interlocutori non capirebbero
il significato di quelle che vorrei pronunciare.

È leggermente diverso, se permetti.
Se solo sapessi leggere nei miei occhi
vedresti la tristezza con la quale soffoco i demoni
che vorrebbero farti a pezzi
e scoparsi il tuo cadavere ancora caldo, honey.

Faccio di si con la testa solo per non vomitarti addosso.
Non è che mi stai sul cazzo.
Non penso di essere meglio di te.

Al contrario, pagherei, per non vedere.
Ma non li ho scelti io questi occhi,
e sono l’unica cosa che mi separa dal buio.


Vedo questo ENORME potenziale umano, sprecato.
Vedo i migliori, disillusi, pronti a vendere l’anima,
in attesa di un’offerta allettante.

Tonni e squali, nessun delfino all’orizzonte.
E quel che è peggio, è che riesco a capirli entrambi.
Come potrei non farlo?
Gli uni non capiscono e gli altri lo hanno già fatto.
Semplice, prevedibile, scontato come la catena alimentare.
Ed io, il più piccolo tra i pesci,
continuo a scappare, sperando di sfuggire al destino.

Mangiare o essere mangiato.
Che squallore.

“Bravo stronzo” -dice la vocina nella mia testa-
“Prova a trovare delle alternative,
regole nuove per questo vecchio gioco di ruolo,
invece di continuare a pigolare.


Regole nuove non ce ne sono
e il gioco è vecchio quanto il mondo.

Forse il punto è proprio questo:
regole nuove per UOMINI NUOVI,
questo ci vuole, per rompere gli schemi.


Ma a cambiare le regole, a partita iniziata,
si passa per bari, e si è fuori dal gioco.

CLUB SILENCIO


Beh ma il nichilismo è il primo passo.

Sedersi, valutare, prendere atto di come tutto quello che è
sia destinato a distruggersi, è solo l’inizio,

un momento necessario, non (più) intuizione, ma (ormai) constatazione.
Dovrebbe essere scontato, ovvio, banale.
Per questo è quasi sempre inutile parlarsi,
insudiciarsi vivendosi addosso,
ostinarsi a condividere il proprio pensiero.

Perché ancora e ancora il dialogo diventa confronto di posizioni,
ancora trincea, ancora strumento.

Che cessi una volta per tutte questa barbarie!
Si smetta di credere di essere migliori, di essere, di credere.
Si parli, perdìo, di quel di cui vale la pena parlare:
tutto quello che non è io, tu, noi.

Oltre.
Oltre al personale, oltre all’ovvio,
oltre al quotidiano, oltre al proprio.

Si vada oltre, si vada al di là.
Al di là perfino della comunicazione.
Si prenda finalmente atto che la comunicazione non indispensabile
è superflua, ridondante, pericolosa.

I significanti che spacciamo, senza soluzione di continuità,
significano al di là dell’immaginabile, del desiderato e del desiderabile.

Ogni volta che apriamo la bocca
non facciamo altro che aggiungere rumore di fondo.

Come non fosse sufficiente il brusìo del vivere.
C’è troppo, troppo inutile chiasso.
Troppe parole, troppe voci,
troppe trappole per la nostra attenzione, troppe distrazioni.

Anche si avesse qualcosa da dire, non varrebbe la pena farlo.
Non nel frastuono.

Rifiutarsi di urlare più forte.
Oltre il pensiero debole, zoppicante, morente,
il pensiero etereo, il pensiero invisibile.

Non manifesto, non manifestato.
Pensiero che non si fa parola,
che quasi rifiuta di diventare idea.


Proviamoci, proviamo a vivere in silenzio,
abbassando un poco il tono della voce.

Come fossimo ospiti in questa realtà,
non padroni di casa.


Non sia mai si guarisca
da questo persistente mal-di-testa collettivo.

LUNA


La carezza di un lenzuolo vergine sulla pelle,

appena asciugata dopo una doccia calda,
è una delle cose che mi mancheranno, quando sarò morto.
È quel genere di sensazione che ti solletica il cuore,
facendoti ridere da solo, nel mezzo della notte.
Come un poeta autistico o, se preferite, un perfetto idiota.
Sono sdraiato sulla mia guancia,
impegnato a fucilare gli ultimi pensieri riottosi.
Cerco di perdere i sensi, andare altrove,
a godermi qualche ora di serena, inconsapevole latitanza dal mondo.
Dormire, perdìo. Almeno qualche ora.

Un miagolio strozzato precede Luna, ovunque vada.
Anche questa volta so cosa sta per fare.
Le bastano un paio di salti, per raggiungere la mia schiena.
Ci sale e inizia a passeggiare, con finta indifferenza,
lungo la mia colonna vertebrale,
fino ad arrivare abbastanza vicino al mio naso,
per poterci miagolare dentro qualcosa al gusto coniglio.
Annuso, mi faccio annusare.
Rimaniamo per qualche secondo a guardarci di taglio,
il mio occhio nel suo, vicinissimi, nel buio.
Poi si volta, torna sui suoi passi e si acciambella
lungo la curva della mia spina dorsale,
come fosse la cosa più naturale del mondo.
La mia risata non basta a farla fuggire,
non sembra avere nemmeno lontanamente considerato
l’eventualità di arrecare disturbo.
Cerca affetto, o almeno qualcosa di simile al contatto fisico, disperatamente.
Chissene. Io con un gatto sdraiato sulla schiena non riesco a dormire.
Mi giro, la caccio via, nemmeno troppo garbatamente.

Che vada a fanculo.
È un essere stupido, nella sua grazia.
Non è in grado di cogliere il sublime,
né l’eco dell’uno, nascosto dietro al molteplice.
Nemmeno può dirsi cosciente di essere.

Non ha un’anima.
Come la stragrande maggioranza di voi.

NO TITLE




Estate in città.

Quaranta gradi per dieci ore, poi il buio.
Il cruciverba d’asfalto, come un motore spento,
ti butta addosso il suo calore grigio.
Pioggia calda, gocce come baci.
Mi piacciono le macchine, tutte color riflesso,
che rotolano anfibie sulla carreggiata
pennellando percorsi paralleli, anabbaglianti.
Non ho mai capito dove nasca la poesia
del riflesso giallo-arancio di un lampione,
sul parabrezza di una berlina nera.
Come si fa a provare amore,
per questi mostri di cemento e vetro,
per queste gabbie di pietra e carne,
dove ci lasciamo tutti quanti seppellire?
Com’è possibile, questo paradosso?
Solo non temessi di essere preso per pazzo,
vorrei sdraiarmi, ad abbracciare la strada,
questa città ed il mondo, per sussurrare loro
che un poco mi dispiace, che le cose
non sempre vadano come dovrebbero,
che noialtri si stia dimenticando
quanto poco occorre, per essere felici.

CAMARADE




Io non ho dimenticato l’atmosfera ovattata di quella classe, amico mio.

Non ho dimenticato il freddo pungente delle mattine di dicembre, le meravigliose sventrate di fretta, il fumo denso dei sigari bianchi, che saliva lento, a perdersi nel vento dell’inverno alessandrino, metallico e ghiacciato.

Sento ancora le battute e gli sfottò di noi irriducibili, ostinati, nel nostro farci beffe del branco, nel nostro indignarci di dover spartire tempo e spazio, con la feccia che infangava e infanga la nostra generazione, belando dietro l’ultima moda, grufolando nella propria ignoranza, lottando senza sosta per rendersi impermeabile al poco di buono che il vecchio circo della scuola media superiore poteva ancora offrire loro.
Cosa avevamo, allora come oggi, da spartire con quella gente?
Nulla ci legava a loro.
Discutevamo ancora di politica, al tempo.
Parlavamo di utopie e peer to peer, di fiche giovani che, ancora, non ci era dato poter conoscere.
Si rideva degli inutili programmi didattici, di come ci tenessero lontani da quello che, davvero, valeva la pena scoprire, esplorare.
Non temevamo nulla, allora, ché ancora eravamo imberbi, senza una vita che si prestasse alla critica.
Senza un passato del quale dover rendere conto, senza un futuro di cui preoccuparsi. Gustavamo, consapevoli, il lusso del poter ridere, senza nessun rispetto, dei presenti e del presente, di quel meraviglioso bestiario che il ministero ci regalava, con quotidiana generosità.

Vedo, come l’avessi davanti agli occhi, quella classe color del piscio, resa qualunque dal caos fluorescente degli zaini, dal disordine perenne di quelle sedie vuote.
La ricordo deserta, così come la vedevamo noi, ogni volta che decidevamo di sottostare alla logica nazista della sveglia delle 7, di non regalarci le ennesime due ore premio di sonno, ed arrivare puntuali.
Confesso come mi procurasse un piacere infinito, vedere quelle file di banchi allineati, pronti ad offrirsi al docente di turno. Compatti, bianchi, puntualmente nettati dagli efficienti bidelli che, istruiti a dovere con discorsi pacati e vendette trasversali, avevano ormai imparato a rispettare le creazioni a grafite e intaglio, delle nostre postazioni old-school.
Te li ricordi ancora, fratello, quei due banchi sghembi, piantati di traverso, alla destra della cattedra?
Perpendicolari, rispetto agli altri, ci sottraevano allo sguardo dei professori, obbligati a girarsi, per rivolgere, quando necessario, a noi, e solo a noi, le loro parole.
Non so davvero, alla luce di quanto poi successe, se quel legame che ci ha sempre unito, allora, credo, più forte che mai, sia stato davvero un bene, per noi due.
So solo che era una delizia, sentirsi fuori da quel gruppo, vedere riconosciuto, nemmeno poi tanto per scherzo, quel nostro ruolo di outsiders.
Dio, che piacere infinito, poter dissacrare ogni cosa, con una battuta tagliente! Potersi permettere di passare ore, piegati e nascosti, ignorati a fatica, preda di risa incontrollabili o discorsi sui massimi sistemi, noncuranti delle farneticazioni ripetitive di quei vecchi mostri.
Che delizia era sapere di potersela cavare sempre, con l’arte retorica, con un po’di cultura e tanto, tanto mestiere.
Che gioia, vedere i nostri compagni recitare la parte, da bravi pupazzi, perennemente intolleranti, nei confronti della nostra anarchia nichilista di sedicenni furiosi.

Era, quello, il tempo dell’onanismo adolescenziale. Da noi, giovani lupi affamati, ci si aspettava disagio giovanile, scazzo persistente, manifesto senso di inadeguatezza.
Poco, di tutto questo, ci sfiorava. Sarebbero arrivati i giorni dello spleen, della malinconia e della rabbia sorda, ma solo anni più tardi.
Non perché, come sarebbe facile credere, ancora non ci ponessimo le domande.
Il fatto è che allora, davvero, credevamo di avere le risposte.

Avevamo le nostre tradizioni, i nostri riti.
Raffinatissima ed immancabile, una approfondita analisi delle grazie delle nostre compagne, fasciate in jeans mai troppo stretti, segnava l’inizio della giornata, subito seguita da ipotesi e deduzioni, che ci potessero aiutare a capire chi per prima sarebbe sgaiattolata in bagno, preda dei dolori di femminile ventre.
E ancora, la sciocca caccia al perizoma, spesso avara di soddisfazioni, in un tempo, nemmeno troppo lontano, nel quale erano le madri, ad avere l’ultima parola, nella scelta dell’intimo delle figlie, ancora minori.

Questi, amico mio, sono i miei ricordi più felici.
L’odore di latrina e hashish dei nostri bagni, gli intrecci politici ed economici, necessari per garantire a noi giovani drughi, il grammo di delizia marocchina che avrebbe speziato il nostro pomeriggio, non sono cose che voglio dimenticare.
Pur nella consapevolezza, nella coscienza dei nostri errori, non posso che sorridere, nel ricordarti, giovane papa-boy, fedele ai principi della tua educazione cattolica, mentre esprimi il tuo dissenso, nel vedermi tornare, strafatto, dopo una libera uscita, appena più lunga del solito.
Provasti perfino ad argomentare, citandomi le frasi standard, dettate dal buonsenso, che dovrebbero tener lontano il giovane dalla droga.
Passarono, forse, alcuni giorni, prima che ti rassegnassi, anche tu, a mandare a fare in culo la tua vita da bravo soldatino ligio al dovere, per accompagnarmi in quella follia.

Un sorriso amaro rispondeva agli sguardi di sufficienza di chi avrebbe capito, solo anni più tardi, la logica perversa che stava dietro al nostro delirio, la natura, credo unica, del nostro essere.
“Ribellione” la chiamavano.

Non hanno mai capito un cazzo.

Non parlerò, in questa sede, di quello che seguì, del delirio che fu, che fecero in modo fosse.
Non mi interessa demolire le loro teorie pedagogiche da quattro soldi.
So benissimo di non aver bisogno di fingere modestia e umiltà, quando dico che le lacune erano le loro, non le nostre.
Quando penso a come il sistema, decrepito e mediocre, specchio del paese, spinge in avanti, a calci in culo, gli incapaci e volenterosi, premiando la banalità, piuttosto che ricercare e stimolare originalità e talento, sento montare, per un istante, un profondo sdegno.
Ma e solo un attimo, ché subito penso al tempo, alle infinite occasioni che abbiamo e avremo, per dimostrare, ancora, quel che sappiamo fare.
Le parole e i giudizi, gli appunti a margine, sono davvero cosa di poco conto.
Possono scivolare via, nell’oblio.

Quello che invece voglio fare adesso, è dirti “grazie”.
Grazie per tutto quello che è stato, grazie per esserci stato, per avermi mostrato che non ero solo, che c’era chi poteva cogliere, chi poteva decifrare i codici di quel linguaggio, capirne il senso, lo scopo.

Quello che fu, che è, che sarà, fa parte di un’altra storia.
Non rimpiango il passato, vivo il presente ed aspetto il futuro, con il coltello tra i denti, come è giusto che sia, ma non posso, non voglio dimenticare.

A.