
Io non ho dimenticato l’atmosfera ovattata di quella classe, amico mio.
Non ho dimenticato il freddo pungente delle mattine di dicembre, le meravigliose sventrate di fretta, il fumo denso dei sigari bianchi, che saliva lento, a perdersi nel vento dell’inverno alessandrino, metallico e ghiacciato.
Sento ancora le battute e gli sfottò di noi irriducibili, ostinati, nel nostro farci beffe del branco, nel nostro indignarci di dover spartire tempo e spazio, con la feccia che infangava e infanga la nostra generazione, belando dietro l’ultima moda, grufolando nella propria ignoranza, lottando senza sosta per rendersi impermeabile al poco di buono che il vecchio circo della scuola media superiore poteva ancora offrire loro.
Cosa avevamo, allora come oggi, da spartire con quella gente?
Nulla ci legava a loro.
Discutevamo ancora di politica, al tempo.
Parlavamo di utopie e peer to peer, di fiche giovani che, ancora, non ci era dato poter conoscere.
Si rideva degli inutili programmi didattici, di come ci tenessero lontani da quello che, davvero, valeva la pena scoprire, esplorare.
Non temevamo nulla, allora, ché ancora eravamo imberbi, senza una vita che si prestasse alla critica.
Senza un passato del quale dover rendere conto, senza un futuro di cui preoccuparsi. Gustavamo, consapevoli, il lusso del poter ridere, senza nessun rispetto, dei presenti e del presente, di quel meraviglioso bestiario che il ministero ci regalava, con quotidiana generosità.
Vedo, come l’avessi davanti agli occhi, quella classe color del piscio, resa qualunque dal caos fluorescente degli zaini, dal disordine perenne di quelle sedie vuote.
La ricordo deserta, così come la vedevamo noi, ogni volta che decidevamo di sottostare alla logica nazista della sveglia delle 7, di non regalarci le ennesime due ore premio di sonno, ed arrivare puntuali.
Confesso come mi procurasse un piacere infinito, vedere quelle file di banchi allineati, pronti ad offrirsi al docente di turno. Compatti, bianchi, puntualmente nettati dagli efficienti bidelli che, istruiti a dovere con discorsi pacati e vendette trasversali, avevano ormai imparato a rispettare le creazioni a grafite e intaglio, delle nostre postazioni old-school.
Te li ricordi ancora, fratello, quei due banchi sghembi, piantati di traverso, alla destra della cattedra?
Perpendicolari, rispetto agli altri, ci sottraevano allo sguardo dei professori, obbligati a girarsi, per rivolgere, quando necessario, a noi, e solo a noi, le loro parole.
Non so davvero, alla luce di quanto poi successe, se quel legame che ci ha sempre unito, allora, credo, più forte che mai, sia stato davvero un bene, per noi due.
So solo che era una delizia, sentirsi fuori da quel gruppo, vedere riconosciuto, nemmeno poi tanto per scherzo, quel nostro ruolo di outsiders.
Dio, che piacere infinito, poter dissacrare ogni cosa, con una battuta tagliente! Potersi permettere di passare ore, piegati e nascosti, ignorati a fatica, preda di risa incontrollabili o discorsi sui massimi sistemi, noncuranti delle farneticazioni ripetitive di quei vecchi mostri.
Che delizia era sapere di potersela cavare sempre, con l’arte retorica, con un po’di cultura e tanto, tanto mestiere.
Che gioia, vedere i nostri compagni recitare la parte, da bravi pupazzi, perennemente intolleranti, nei confronti della nostra anarchia nichilista di sedicenni furiosi.
Era, quello, il tempo dell’onanismo adolescenziale. Da noi, giovani lupi affamati, ci si aspettava disagio giovanile, scazzo persistente, manifesto senso di inadeguatezza.
Poco, di tutto questo, ci sfiorava. Sarebbero arrivati i giorni dello spleen, della malinconia e della rabbia sorda, ma solo anni più tardi.
Non perché, come sarebbe facile credere, ancora non ci ponessimo le domande.
Il fatto è che allora, davvero, credevamo di avere le risposte.
Avevamo le nostre tradizioni, i nostri riti.
Raffinatissima ed immancabile, una approfondita analisi delle grazie delle nostre compagne, fasciate in jeans mai troppo stretti, segnava l’inizio della giornata, subito seguita da ipotesi e deduzioni, che ci potessero aiutare a capire chi per prima sarebbe sgaiattolata in bagno, preda dei dolori di femminile ventre.
E ancora, la sciocca caccia al perizoma, spesso avara di soddisfazioni, in un tempo, nemmeno troppo lontano, nel quale erano le madri, ad avere l’ultima parola, nella scelta dell’intimo delle figlie, ancora minori.
Questi, amico mio, sono i miei ricordi più felici.
L’odore di latrina e hashish dei nostri bagni, gli intrecci politici ed economici, necessari per garantire a noi giovani drughi, il grammo di delizia marocchina che avrebbe speziato il nostro pomeriggio, non sono cose che voglio dimenticare.
Pur nella consapevolezza, nella coscienza dei nostri errori, non posso che sorridere, nel ricordarti, giovane papa-boy, fedele ai principi della tua educazione cattolica, mentre esprimi il tuo dissenso, nel vedermi tornare, strafatto, dopo una libera uscita, appena più lunga del solito.
Provasti perfino ad argomentare, citandomi le frasi standard, dettate dal buonsenso, che dovrebbero tener lontano il giovane dalla droga.
Passarono, forse, alcuni giorni, prima che ti rassegnassi, anche tu, a mandare a fare in culo la tua vita da bravo soldatino ligio al dovere, per accompagnarmi in quella follia.
Un sorriso amaro rispondeva agli sguardi di sufficienza di chi avrebbe capito, solo anni più tardi, la logica perversa che stava dietro al nostro delirio, la natura, credo unica, del nostro essere.
“Ribellione” la chiamavano.
Non hanno mai capito un cazzo.
Non parlerò, in questa sede, di quello che seguì, del delirio che fu, che fecero in modo fosse.
Non mi interessa demolire le loro teorie pedagogiche da quattro soldi.
So benissimo di non aver bisogno di fingere modestia e umiltà, quando dico che le lacune erano le loro, non le nostre.
Quando penso a come il sistema, decrepito e mediocre, specchio del paese, spinge in avanti, a calci in culo, gli incapaci e volenterosi, premiando la banalità, piuttosto che ricercare e stimolare originalità e talento, sento montare, per un istante, un profondo sdegno.
Ma e solo un attimo, ché subito penso al tempo, alle infinite occasioni che abbiamo e avremo, per dimostrare, ancora, quel che sappiamo fare.
Le parole e i giudizi, gli appunti a margine, sono davvero cosa di poco conto.
Possono scivolare via, nell’oblio.
Quello che invece voglio fare adesso, è dirti “grazie”.
Grazie per tutto quello che è stato, grazie per esserci stato, per avermi mostrato che non ero solo, che c’era chi poteva cogliere, chi poteva decifrare i codici di quel linguaggio, capirne il senso, lo scopo.
Quello che fu, che è, che sarà, fa parte di un’altra storia.
Non rimpiango il passato, vivo il presente ed aspetto il futuro, con il coltello tra i denti, come è giusto che sia, ma non posso, non voglio dimenticare.
A.